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Un commento a: “Finding the Real Barrier to SOA Adoption” su ZapThink

Il 3 Maggio e’ uscito su ZapThink, uno dei siti piu’ importanti che da anni fa l’advisor di quello che succede nell’IT industry su SOA, una ricerca molto interessante che analizza le ragioni per cui l’adozione di SOA da parte delle aziende non abbia un boom come nell’epoca dot.com, nonostante non ci siano dubbi che questa strada sia da intraprendere con decisione.

La prima ragione e’ che riguarda le architetture, che sono una cosa difficile. La seconda che riguarda il modo in cui l’IT si comporta, nonostante i vendor cerchino di vendere il miracolo: “Despite how some vendors may portray it, you can’t just buy a product and expect it to miraculously create the Services you need and the agile architecture and organization to support them.

E fin qui non c’e’ nulla di nuovo, e’ quanto si sta dicendo -inascoltati, peraltro- da anni.
Ma adesso viene il bello.

What ZapThink is finding is that the primary barriers to SOA adoption do not come from business management, which by and large realize the benefits of an agile, reusable, and loosely coupled architecture (even if they don’t call it that), but rather from within the IT organization that resists the movement to SOA for a wide range of reasons — many of which have little relevance to the needs of the business. Even when a business has approved the investment of significant sums in their SOA projects, ZapThink has found that in many cases, their own IT organization can and will sabotage those efforts, slowing the SOA drive to a crawl.

Perche’ e’ “IT – The Primary Barrier to SOA Adoption?“, si domanda la ricerca, se i principi di SOA sono tuttaltro che nuovi, ed escono come Best Practice proprio dalla storia dell’IT. Perche’ l’IT spesso riduce SOA ad un concetto solo tecnologico, cioe’ “IT practitioners see SOA as nothing more than Web Services and standardized middleware“. Questa convinzione e’ errata, perche’ SOA e’ “the mechanism by which Services are accessed with the architectural approach that aims to decouple the implementation from the consumption and focus on sustainable architecture that allows for continuous change, an approach that is completely technology agnostic.

Il problema e’ che l’IT non vuole prendere in considerazione il cambio di cultura e di comportamenti che deve fare: “The move away from point-to-point integration to compositional, process-driven applications that consume Services from a broad array of assets across the enterprise requires development and management approaches based on Service domains rather than system-specific silos.
Questo implica un modo diverso di fare IT, che deve spostarsi da “focusing on the short-term project management” a “meeting the long-term sustainable needs of the business as it changes“.
E’ nella lentezza con cui l’IT si sta rendendo conto e accettando questo cambiamento, che sta secondo la ricerca la ragione della lentezza nell’adozione di SOA.
La ragione di fondo della lentezza e’ la paura.
All of these big movements require significant change and thus strike fear in the hearts of IT managers who find it easier to adopt one technology fad after another. It is precisely because SOA requires a fundamental change to the way IT is done that many see it as a threat.
La ricerca spiega con dovizia di particolari le ragioni della paura, la negazione dell’inefficienza attuale, la convinzione di poter continuare come se nulla fosse cambiato, nonostante sia evidente che tutto e’ cambiato. E bolla l’atteggiamento degli IT cosi’:
Of course, if companies solely managed by fear, we’d probably still be riding in horse-driven carriages. Innovation requires change, and change does not come without uncertainty.

Le giustificazioni dell’immobilismo sono nella precaria professionalita’ e nel tentativo di mantenere le nicchie di potere professionale, minacciate dalla visione SOA. E’ una accusa molto dura.
…. it seems to make obsolete their current skills“, “if someone is a mainframe expert, say, and SOA allows non-experts to build new applications that leverage all the functionality that previously could only be accessed using system-specific knowledge, then it makes sense that they would oppose the SOA movement“, sono affermazione che fanno da corollario al concetto che se la professionalita’ di qualcuno consiste nel saper dominare argomenti complessi, allora SOA che ha come effetto di semplificare e togliere i lock alle parti “tightly-coupled and inflexible”, viene ostacolata.

La tendenza a mantenere le cose complesse, dicendo che lo sono intrinsecamente e quindi non sono semplificabili, e’ giustificata solo dal voler mantenere lo status quo. In realta’ i sistemi sono piu’ complicati di quello che dovrebbero essere, per trascuratezza e conservatorismo:
what is needed is a gross oversimplification because there’s no reason for the overly complex state of today’s IT“.
La ragione del voler mantenere le complessita’ sta nella autodifesa degli interessi obsoleti. Chi punta a questi obiettivi si oppone a SOA.

Architects? We Don’t Need No Stinkin’ Architects
Il negazionismo si appoggia sul propagandare una visione inattuale della architettura e degli architetti:
Too many in IT also believe that architecture is not needed as a central and separate role from development or project management. These individuals feel that architects are theorists that pontificate from their Ivory Towers and make unfeasible recommendations without having to consider short-term time and budget limitations. For these folks in IT, the pervasive belief is that there’s time to do things over, but not do them right. After all, the business has never before invested in proper architecture and design, so why should they now?

L’osservazione si allarga a questo punto alla organizzazione attuale di molti IT, antagonista dell’azienda.
These organizations not only represent their IT systems as silos, but also segregate their management teams in system-focused silos as well. There is no incentive to share Services in an organization that separates budget and responsibility for individual projects in silos. Trying to build a shared Service that cuts across the domains of multiple systems as well as organizational hierarchy is potentially doomed for failure when issues of budget and control can’t be rectified. Such organizations not only need to adopt SOA from a technology and methodology perspective, but should also Service-orient their organizational structure.
Il ruolo delle architetture e’ invece centrale:
…and so architecture teams must have supervision, control, and responsibility for the outcome of the SOA efforts of the whole organization.
A functional IT organization empowers architecture groups with budget and authority. As further evidence of that, most CIOs are not performing the role they should be – as strategic managers of the architecture of the organization. …. The valuable CIO is one that sees and plans the strategic value of IT, leveraging SOA and enterprise architecture as the central mission of the IT organization as it provides continued benefit to the business as an asset, rather simply fighting fires and responding tactically, inflexibly, and imprecisely to the needs of the business, thus treating IT as a cost center.

Mi sembra che questa considerazione trovi corrispondenza nella visione dell’IT cosi’ diffusa in Italia, ed e’ esattamente cio’ di cui tutti gli addetti IT si lamentano.
Quindi la conclusione e’ che non basta convincere il business ad adottare SOA, ma “companies need to address the latent resistance, hostility, resentment, and fear in the IT organization that will effectively prevent SOA adoption and success.

Quindi i nemici sono in casa, e chi e’ causa del suo mal pianga se’ stesso.

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In partenza per JavaOne

Ecco finalmente. Torno in California per la seconda volta in quattro mesi, ma ora per una trasferta piu’ lunga del solito. JavaOne e incontri post-JavaOne, sperando che il lavoro dell’ultimo anno porti i frutti desiderati.
E’ tutto pronto.
openesb-community.png
Da dopodomani il Blog riferisce sull’evento clou dell’anno, dove Imola Informatica e’ partner del CommunityOne, del NetBeans Day, e della Comunita’ OpenESB .

Durante le due settimane di viaggio prendero’ appunti per scrivere il reportage per MokaByte.

A presto.

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Me at JavaOne

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jbi4cics e jbi4corba nei prossimi prodotti Enterprise di Sun Microsystem !!!

In via del tutto eccezionale vista la portata della notizia, almeno per me, pubblico questa news dal blog di Gruppoimola.

Questo progetto ha assorbito molte delle mie forze degli ultimi sei mesi ed e’ il frutto degli sforzi congiunti di molte delle persone di Imola Informatica.

Ritengo un fatto di assoluta straordinarieta’ che una societa’ americana del livello di Sun affidi a un player italiano cosi’ atipico la realizzazione di una parte core per un prodotto core.
Evidentemente il lavoro fatto per i connettori di ServiceMix e’ stato di grande impatto per loro.
Siamo all’inizio di una storia che continuera’ nei prossimi anni, principalmente negli Stati Uniti e in Europa, visto che lo sviluppo continuera’ almeno fino al 2008 e la consulenza partira’ da giugno in poi. Ne sono fiero.

Ecco il post sul blog di Gruppoimola:

Dopo quasi un anno di lavoro possiamo rendere pubblica la collaborazione tra Imola Informatica e Sun Microsystem sull’area SOA.

E’ l’annuncio dei connettori jbi4corba e jbi4cics da noi realizzati che verranno inclusi nel prossimo Open-ESB e NetBeans Enterprise a partire dalla prossima Beta di aprile, che quindi conterra’ anche plugin e wizard per l’utilizzo dei JBI Binding Component da noi realizzati all’interno degli ambienti Sun.

I componenti sono descritti sul sito di Open-ESB, il CORBA BC e il CICS BC.
Siamo molto orgogliosi del lavoro fatto e siamo fieri che una societa’ italiana (Imola Informatica) sia riuscita a entrare finalmente in un’area core dei tool enterprise, anche se non ci definiamo e non ci definiremo una societa’ di prodotto. I connettori sono infatti Open Source come i precedenti e quindi non verranno commercializzati in senso tradizionale, ma serviranno da incentivo per la consulenza Enterprise che e’ e sara’ il nostro core business.

I componenti verranno presentati per la prima volta al pubblico in occasione del JavaOne.

Approfittiamo di questa occasione per ringraziare per il grande lavoro svolto Raffaele Spazzoli, Marco Piraccini, Marco Cimatti, Mirco Casoni e Amedeo Cannone, i membri del Team JBI-BC.

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Un altro passo verso la global SOA

Yahoo! ha rilasciato l’altro ieri Yahoo! Pipes, una interfaccia per il visual editing e la manipolazione e la ricostruzione dei feed.

Yahoo! Pipes permette agli utenti registrati di Yahoo! di ricevere input e filtrare i risultati. Si puo’ prendere il feed di un filtro sui vostri bookmark di del.icio.us, aggiungere i vostri ultimi blog post, cercare le foto che si riferiscono allo stesso argomento e assemblare il tutto.

Pipes

E’ fantastico il modo in cui l’interfaccia permette di usare moduli gia’ costruti da voi o da altri, di rendere quello che avete prodotto accessibile con JSON, RSS, Atom, condividere tutto, clonare i moduli che gia’ esistono ed in qualche modo vi possono essere utili.

Global SOA e’ sempre piu’ vera.

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Dopo l’SDforum SIG

Sono di ritorno da una chiacchierata di tre ore con Giovanni e Peter Rip Peter Rip di Crosslink Capital sulle nostre visioni incrociate di Semantic Web nel futuro del Web alla luce di quello che sta succedendo nella Bay Area (che comprendendo centinaia di aziende tra cui Google, Yahoo, EBay, Oracle, etc., e’ un pensiero di riferimento).
La chiacchierata si e’ svolta nel posto in cui succedono le cose piu’ rilevanti della Silicon Valley (presentazione in anteprima della prima idea di Google, tanto per fare un esempio): Buck’s a Woodside, il bar piu’ originale della Bay Area, un posto veramente “americano”, anzi un posto veramente “Silicon Valley”. Buck's a WoodsideAppese ai muri, anziche’ l’indicazione di che scrittore o poeta o pittore sedeva a quel tavolo, come nei bar di Parigi, chi ha inventato qualcosa a quel tavolo. A fianco del tavolo dove sedevamo c’era incorniciata una scatola di Windows 1.0 ancora nel cellophane, che diceva la didascalia era stata recuperata dal cestino della spazzatura di Raymond Drawry che ci ha lavorato dal 1983 al 1985!
Tanto per capire di che posto si tratta.
Peter e’ della opinione che il del Semantic Web e’ una delle tecnologie su cui investire e che, anche se siamo all’inizio, si deve cominciare a pensare a qualche killer application perche’ ci sono i presupposti giusti per fare questo passo.
Ovviamente e’ il pensiero di un Venture Capitalist della Silicon Valley, quindi moolto avanti di mentalita’, ma c’e’ da ben sperare.

Questo incontro fa da seguito all’incontro dello Special Interest Group di SDforum di ieri sera, che ha portato in una aula/teatro di una High Scool di Mountain View un centinaio di persone a parlare informalmente di Semantic Web. Emerging Tech Panel at SDForum on Semantic Web applications and technologies
Ambiente entusiasmante, con gente di Google, Oracle, Ibm, Yahoo e molti ideatori o architetti o responsabili di applicazioni eccezionali come ad esempio l’ideatore di AppExchange di SalesForce.
La curiosita’ e’ massima e chi si occupa gia’ di Semantic Web – e ce ne sono parecchi – tentava di eliminare la visione naif degli altri, che vedono nella Semantica un intermedio tra la aspirazione a classificare tutta la conoscenza del mondo, ovviamente ridicolo, e un ritorno ai tempi dell’intelligenza artificiale, assurdo.
Il tutto in un ambiente in cui ognuno si sentiva libero di fare domande anche da principiante senza avaere paura di essere preso per scemo o ridicolo, e gli altri si davano positivamente da fare per spigargli le cose, senza fare i professori, anche se lo erano.
Il tutto per 15 dollari (o gratis per gli iscritti all’SDforum) piu’ 3 per una fetta di pizza e Coca a volonta’.
E sottolineo dalle 7 alle 10 di sera piu’ le chiacchere successive.
Che mondo!
Dell’aspetto piu’ professionale di questo evento parlero’ sul Blog di Gruppoimola.

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